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iLuf - Bala e fa balà
iLuf nascono da un'idea di Dario Canossi, nato sulle montagne della Val Camonica, in provincia di Brescia, terra che ispira quasi tutte le sue canzoni. Canzoni che parlano di vita comune e camuna, personaggi e storie vere, nel senso più poetico del termine. Piccole perle di dialetto, amore per la cultura, tradizione popolare e impegno sociale, tutti elementi che sono alla base della filosofia dei Luf. Da quelle parti luf vuol dire lupi e iLuf infatti sono un branco di musicisti che arrivano da esperienze diverse e che insieme riescono a creare un impatto sonoro forte, con una grande impronta folk-rock. Le loro canzoni colpiscono il cuore e le gambe, scatenando un'irresistibile voglia di muoversi. Il loro primo disco Ocio ai Luf si è rivelato un vero successo di vendite, ottenendo ottime recensioni da parte di giornali di settore e non.

E ora Bala e fa balà è il nuovo lavoro dei Luf, registrato in presa diretta, come se fosse un concerto, vera forza del branco. I Luf infatti esprìmono tutta la loro energia negli spettacoli dal vivo, dove le cornamuse bergamasche, la fisarmonica, il violino e le cornamuse scozzesi, vengono spinte da chitarre acustiche e da una solida base di basso e batterìa. Due eterni ringraziamenti: il primo ai fratelli Severìni, i Gang, che hanno interpretato il brano che apre il disco; il secondo al Vate della canzone italiana, Francesco Guerini, che ha concesso ai Luf, di usare uno stralcio de L'Avvelenata.
Il disco è Equo e Solidale e sarà disponibile nelle Botteghe del Mondo, mentre per il circuito tradizionale sarà distribuito dalla IRD (www.ird.it).
I Luf sono:
  • Dario Canossi - Voce e chitarra
  • Ranieri Fumagalli - Fiati
  • Pier Zuin - Fiati
  • Fabio Biale - Violino e voce
  • Lorenzo Marra - Fisarmonica e voce (visita l'album fotografico a lui dedicato)
  • Cesare Cornilo - Chitarre e voce
  • Franco Penalti - Batteria
  • Sammy Radaelli - Batteria
  • Jon Paul JP Asplund - percussioni
  • Sergio Pontoriero - Basso e voce
Bale e fa balà

Un disco che mantiene le parole date. Nel settembre 2003, iLuf avevano anticipato come sarebbe stato: Ci sposteremo un po' di più verso il dialettale e ci sarà un pezzo dedicato a Carletto Giuliani, Mei ros che negher. Tutto vero. Sono i soliti Lupi, se possibile ancora più solari, e sempre col cuore a sinistra. Se c'è una cosa di cui bisogna essere grati ai Luf è che hanno ancora il coraggio di scrivere dei pezzi che scelgono benissimo da soli da che parte stare, in un'epoca in cui se lo permettono veramente in pochi.
Forse non saranno dei poeti da antologia, ma i loro testi danno la sensazione di respirare bene, aria di collina, aria di lago, aria comunque meno mefitica di quella che si respira di solito. Bala e fa balà, il nuovo progetto musicale, non si discosta molto dal precedente: quindi chi ha amato fin qui i Lupi potrà continuare a farlo senza remore. In compenso è salita la qualità media dei brani. Capita poi, come dicono loro, che sulla tua strada trovi persone con la P maiuscola, che realizzano un tuo sogno. L'album si apre con la voce di Marino Severini e le chitarre del fratello Sandro, i mitici Gang; e la stessa canzone chiude il cd, questa volta cantata da Dario Canossi, mente dei Luf. Viene naturale parlare delle singole canzoni. Diciamo che il cocktail di fondo ha sempre lo stesso sapore: folk oriented, con matrice combat e qualche timida escursione verso il country rock. Voci in gran spolvero e cori praticamente sempre, ma questo è un marchio di Fabbrica Luf. In particolare evidenza, con effetto molto piacevole e invito al ballo ancora più marcato, le percussioni.
Proviamo a premere play un po' a caso... e cominciamo con Amami bionda che è una chicca. Potrebbe rientrare nel filone Campari Mixx non venisse dai Luf: un ironico ritratto di una piacente biondina che porti a spasso i tuoi anni/come fossero dei cani/che ti han morso via la vita/e ti han lasciato solo i danni. Il ritornello è il pezzo forte: amami bionda fammi entrare ma prima/fammi giocar di sponda. Un gioco, se vogliamo, ma divertente. Il secondo brano che capita sotto l'indice è la title track: è cantato in dialetto, il dialetto di Canossi, quello della Val Camonica, è ostico assai. Il brano è delicato, e la traduzione diventa necessaria, quasi un sottotitolato per i non Camuni. Poi arriva Breva e Taiwan, che sicuramente vi suggerirà qualcosa. Bene, vi suggerisce giusto. L'aria è leggera, ma il tema è forte: sfruttamento minorile, immigrazione o la famosa esternalizzazione delle fabbriche. Tipico stile Luf. Ci vuole coraggio a collegare temi spessi e musiche lievi. Consuelo inizia come un tango e conserva le movenze di una sinuosa cumparsita Sudamericana, con un gran violino a trascinare le danze e parole di fuoco e guerra a scaldare i cuori: mi brucerò le ali/così domani non volerò/mi brucerò le mani/così domani non sparerò. Ancora uno scatto del lettore e siamo a uno dei pezzi forti del disco: Cuore a sinistra (e portafoglio a destra), benedetta dal Vate in persona, già nel titolo dichiara tutte le sue intenzioni. Il testo è tutto da ascoltare: la musica è dei poveri se pagano in contanti/d'altronde anche i cantanti dovranno pur mangiare/mandare i figli a scuola portare le donne al mare/il sabato la spesa e il mutuo da pagare/cuore a sinistra e portafoglio a destra. Canossi e soci ce l'hanno un po' con tutti. Gioco di società: scoprite di chi si parla nei vari passaggi. Sic sac de soc sec ossia cinque sacchi di ciocchi secchi, è puro nonsense camuno. Ma il pezzo, che all'inizio colpisce più per la stranezza che per il resto, cresce pian piano dentro, anche per l'eccellente lavoro dì percussioni che giocano alla pari con gli schiocchi dispari delle parole (che sono scritte con la s, ma vanno immaginate tutte con l'h aspirata bergamasca). Parole come colpi di bacchetta sul rullante e un gioco tribale che alla fine vince. Le ombre degli amici è uno dei pochi casi in cui i Lupi virano al blu, nel senso del colore della malinconia e non del blues: le ombre degli amici sono pioggia che non bagna/parole scritte a mano sulla tua lavagna/le ombre degli amici non si posson cancellare/non temono il silenzio e camminano sul mare. Parole pacate che parlano di un tema universale, sotto il fiato della cornamusa o del baghet che dir si voglia. Malinconia di qualità e fiato della speranza. Non si abbassa di un filo il tiro del disco con la canzone successiva: Mei ros che negher (dedicata a Carletto Giuliani). L'ennesima canzone su Genova, direte? Non proprio. ILuf non ne hanno voluto fare una celebrazione o una condanna, ma solo una canzone poco retorica e non marziale. Certo che c'è un po' di ingenuità, ma nei testi impegnati ben venga anche quel po' di partecipazione naif che, in fondo, dovrebbe essere parte del popolo! E adesso tenetevi perché si balla! Pater Noster poc incioster (Padre nostro, poco inchiostro) è un reel, è una giga, è una danza scatenata. Impossibile star fermi: è una canzone che balla da sola! Bala e fa balà, per l'appunto. Piccola storia d'amore, ma coinvolgente, destinata a un grande esito dal vivo. Poi arriva Saltatempo una ballata che fa tirare il fiato e prepara ad un altro dei pezzi forti del disco: So nashit 'n val Camonega, che in realtà è una cover, la prima volta per iLuf. Sweet Home Alabama, dei Lynard Skynard, ha ispirato il branco. Per i lupi il divertimento è stato sostituire l'Alabama con la Val Camonica. Ed ecco comparire nel testo i ricordi delle radici camune dei Lupi, con la polenta e l'abitudine del vagare nei boschi. E infine Sotto il ponte del diavolo, uno sfogo ambientalista: c'è un uomo che semina odio/e raccoglie soltanto bufera. Un atto d'amore verso la terra: questa terra è la mia terra/e nessuno la potrà avvelenare.

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